

100. Hiroshima: la testimonianza di un sopravvissuto.

Da:  T. Hara, Lettera da Hiroshima, in Il Corriere UNESCO,
novembre 1975.

Abbiamo usato la bomba per abbreviare l'agonia della guerra, per
salvare le vite di migliaia e migliaia di giovani americani.
Continueremo ad usarla fino al totale annientamento della potenza
giapponese: cos il presidente degli Stati Uniti Truman
giustific lo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima il 6
agosto del 1945, che provoc pi di 200.000 morti e oltre 100.000
feriti. Una seconda bomba atomica venne sganciata tre giorni dopo
sulla citt di Nagasaki ed i morti furono decine di migliaia. Il
14 agosto finalmente il Giappone si arrese: i risultati indicati
dal presidente Truman erano stati raggiunti, ma a quale prezzo per
l'umanit? L'ultimo, terrificante atto di un sanguinosissimo
conflitto sarebbe diventato il primo di una guerra fredda e di un
lungo periodo caratterizzato dal cosiddetto equilibrio del
terrore; il ricordo di Hiroshima, con i suoi morti e le sue
immani rovine, avrebbe allora contribuito ad ammonire sui rischi
di un nuovo conflitto mondiale. Un'impressionante testimonianza
degli effetti della bomba atomica ci viene offerta, nel passo qui
riportato, da uno dei sopravvissuti di Hiroshima, Tamiki Hara,
suicidatosi nel 1951.


Mi ero alzato verso le otto di mattina quel 6 agosto 1945. Il
giorno avanti, alla sera, vi erano stati due allarmi, nessuno dei
quali seguito da bombardamento...
Improvvisamente ricevetti un colpo sulla testa e tutto divent
oscuro davanti ai miei occhi. Gettai un grido ed alzai le braccia.
Nelle tenebre, non sentivo che un sibilo di tempesta. Non arrivai
a comprendere cosa fosse successo. Il mio primo grido, io l'avevo
inteso come se fosse stato gettato da qualcun altro.
Poi il mondo intorno mi ritorn visibile, bench ancora non
nettamente, ed ebbi l'impressione di trovarmi sui luoghi di un
immenso cataclisma. Dietro la spessa nuvola di polvere apparve un
primo spazio blu, seguito ben presto da altri spazi blu sempre pi
numerosi.
Brevi fiammate cominciarono a sprizzare dall'edificio vicino, un
deposito di prodotti farmaceutici. Era tempo di abbandonare quei
luoghi. In compagnia di K., mi aprii la strada fra le macerie.
Fumate vorticose si elevavano da tutte le case in rovina.
Raggiungemmo un posto in cui le fiamme mandavano un calore
insopportabile. Poi trovammo un'altra strada che ci port sino al
ponte di Sakai.
Il numero dei profughi che affluiva verso quel posto aumentava
sempre. Io presi la direzione del palazzo Izumi. I cespugli
calpestati dalle persone in fuga avevano formato una specie di
passerella. Gli alberi erano quasi tutti decapitati.
Ciascuno dapprincipio pensava che solo la casa sua fosse stata
colpita; ma una volta al di fuori, ci si accorgeva che tutto era
stato distrutto. Tuttavia, bench le case fossero completamente
distrutte, in nessun posto si vedevano quelle buche che
normalmente fanno le bombe. Sull'altra sponda, l'incendio, che
sembrava essersi calmato, riprese a divampare.
Improvvisamente, nel cielo, al di sopra del fiume, vidi una massa
d'aria straordinariamente trasparente che risaliva la corrente.
Ebbi appena il tempo di gridare Una tromba che gi un vento
terribile ci colp. I cespugli e gli alberi si misero a tremare;
alcuni furono proiettati in aria da dove ricaddero come saette sul
tetro caos. Si aveva l'impressione che il riflesso verde di un
orribile inferno venisse a stendersi al di sopra della terra.
Dopo il passaggio della tromba, ben presto il crepuscolo invase il
cielo. Incontrai mio fratello maggiore il cui viso era ricoperto
come da una sottile pellicola di pittura grigia. Il dorso della
sua camicia era ridotto a brandelli e scopriva una larga lesione
che somigliava ad un colpo di sole.
Risalendo con lui la stretta banchina che costeggia il fiume, alla
ricerca di un traghetto, vidi una quantit di persone
completamente sfigurate. Ve ne erano lungo tutto il fiume e le
loro ombre si proiettavano nell'acqua. I loro visi erano cos
orrendamente gonfiati che appena si potevano distinguere gli
uomini dalle donne. I loro occhi erano ridotti allo stato di
fessure e le loro labbra erano colpite da forte infiammazione.
Erano quasi tutti agonizzanti ed i loro corpi malati erano nudi.
Quando passavamo vicino a questi gruppi, ci gridavano con voce
dolce e debole Dateci un po' d'acqua, Soccorretemi, per
favore; quasi tutti avevano qualche cosa da chiederci.
Il cadavere nudo di un ragazzo giaceva nel fiume e, ad un metro di
distanza, accovacciate su un gradino, si trovavano due donne.
Riconoscemmo che erano donne soltanto per la loro acconciatura per
met bruciata.
Trovammo infine un piccolo traghetto e, remando, giungemmo
all'altra riva. Era quasi notte quando toccammo terra. Anche da
questa parte sembrava che ci fossero molti feriti.
Un soldato accovacciato sui bordi dell'acqua mi chiese di dargli
un po' d'acqua calda. Appoggiandosi alla mia spalla, camminava
sulla sabbia con sforzo. Bruscamente, mi disse: Sarebbe meglio
esser morti. Acconsentii in silenzio e, in quel momento, senza
scambiare una sola parola, ci trovammo tutti e due riuniti in una
incontenibile collera davanti alla pazzia che ci circondava.
Seduto ad una tavola, un uomo dalla testa enorme e bruciata beveva
acqua calda in una tazza da t. Il suo strano viso sembrava fatto
di una serie di grani di soia neri; inoltre i suoi capelli erano
tagliati orizzontalmente all'altezza delle orecchie.
Soltanto pi tardi, dopo aver incontrato molti altri ustionati con
i capelli tagliati orizzontalmente, finii per capire che le loro
capigliature erano state distrutte sino al bordo dei loro
cappelli.
Al momento della marea, lasciammo la riva per risalire sulla
banchina. Con l'oscurit, la notte si trasformava in inferno. Si
udivano grida dappertutto Da bere, da bere!.
Improvvisamente un allarme: da qualche parte una sirena doveva
esser rimasta intatta. Il suo urlo lacer la notte. La citt
continuava a fiammeggiare: a valle, si scorgeva il bagliore
incerto dell'incendio.
Nel quartiere del tempio, numerosi feriti gravi erano sdraiati un
po' dappertutto, per terra. Non un albero, non una tenda per dar
loro un po' d'ombra. Noi ci costruimmo un riparo appoggiando pezzi
di tavole contro un muro e scivolammo l sotto. Dovemmo passare
ventiquattro ore in quel breve spazio, dividendolo in sei.
Due metri pi lontano c'era un ciliegio che aveva conservato
qualche foglia. Due studentesse si erano lasciate cadere sotto
questo albero: avevano tutte e due il viso carbonizzato e,
volgendo il loro magro dorso al sole, supplicavano che si desse
loro un po' d'acqua. Erano giunte il giorno prima ad Hiroshima per
partecipare alla mietitura e cos erano state colpite da questa
grande disgrazia. Il sole era al suo declino...
Anche prima del levar del giorno, ascoltavamo intorno a noi il
mormorio ininterrotto delle preghiere: in quell'angolo le persone
sembrava morissero l'una dopo l'altra. Le due studentesse morirono
all'alba.
Nuovo allarme verso mezzogiorno; si intese un rombo nel cielo. Le
persone morivano l'una dopo l'altra e nessuno veniva a portar via
i cadaveri. Con l'aria sconvolta, i vivi erravano tra i corpi.
Si videro allora tutte le rovine nelle strade principali. Uno
spazio vuoto e grigio si estendeva sotto un cielo di piombo.
Soltanto le strade, i ponti ed i bracci del fiume erano ancora
riconoscibili. Nell'acqua galleggiavano cadaveri dilaniati,
gonfiati. Era l'inferno divenuto realt.
Tutto ci che era umano, era stato cancellato. I visi dei cadaveri
si somigliavano tutti, come se portassero tutti la stessa
maschera. Prima di irrigidirsi, le membra degli agonizzanti si
agitavano sotto l'effetto del dolore e in maniera assai strana.
I chilometri di cavi che coprivano il suolo e gli innumerevoli
frammenti di pali elettrici costituivano un disegno pazzesco.
Davanti allo spettacolo di un tram che sembrava fosse stato
rovesciato e bruciato nello spazio di un lampo, o davanti a quello
di un cavallo morto, con la carcassa smisuratamente gonfia, si
aveva l'impressione di trovarsi al centro di un quadro
surrealista.
La nostra carretta attraversava interminabili spazi coperti di
rovine; la serie delle case smantellate si prolungava sino alla
pi lontana periferia. Trovammo un paese verde ed intatto soltanto
molto pi avanti. La danza leggera delle libellule che
folleggiavano al di sopra dei campi verdi di riso ci commosse
profondamente.
Di l, prendemmo la strada lunga e monotona che conduce al
villaggio di Yawata. Era notte quando vi giungemmo.
Il giorno dopo dovemmo riprendere la nostra vita miserabile. Non
solo non si vedeva nessun segno di miglioramento dei feriti, ma
anche coloro che stavano bene si indebolivano ogni giorno di pi e
deperivano per mancanza di nutrimento.
Qualche giorno pi tardi vidi arrivare un allievo, mio nipote, che
in seguito doveva morire. Al momento dell'esplosione si trovava a
scuola. Quando vide l'accecante luce che entr nell'aula, egli si
gett sotto il suo banco. Il soffitto era crollato e l'aveva
seppellito, ma insieme con qualche compagno era riuscito a venir
fuori attraverso un buco. La maggior parte dei fanciulli erano
stati uccisi sul colpo.
Con i suoi compagni, si era rifugiato su una vicina montagna;
durante l'ascensione aveva continuato a vomitare un liquido
bianco. Una settimana dopo il suo arrivo al villaggio cominci a
perdere i capelli e divenne calvo in due giorni. Gi s'era sparsa
la voce che un malato non avrebbe sopravvissuto alle sue ferite se
perdeva capelli e sanguinava dal naso. Tuttavia mio nipote doveva
vivere ancora qualche tempo malgrado il grave stato in cui si
trovava...
... Verso sera, attraversai il ponte e mi diressi, attraverso i
campi, in direzione del terrapieno che si trova ai margini di
Yawata. Una libellula nera asciugava le sue ali su una roccia. Io
feci il bagno l, respirando assai profondamente. Girando la
testa, vidi i piedi della montagna avviluppati nel crepuscolo,
mentre le cime lontane scintillavano ancora al sole che
tramontava. Si sarebbe creduto un paesaggio di sogno. Il cielo al
di sopra di me era di un silenzio assoluto.
Ebbi l'impressione di non esser venuto sulla terra che dopo
l'esplosione della bomba atomica.
